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Viaggio tra gli ex manicomi. Riconvertiti, venduti o abbandonati. Come la salute mentale

A partire dai risultati dell’indagine della commissione di inchiesta sul Ssn, Repubblica.it ha realizato un’ampia inchiesta su che fine hanno fatto gli ex ospedali psichiatrici a 34 anni dalla legge Basaglia. Molti sono in rovina. Alcuni sono stati destinati ad altri scopi. E i centri mentali di oggi, anche se non si chiamano manicomi, continuano ad assomigliargli molto.

 10 LUG – Era il 1978 quando l’Italia sancì con la legge Basaglia la chiusura degli ospedali psichiatrici. Ma nel 1996 si scoprì che c’erano ancora 63 strutture aperte con 17mila internati. Pochi rispetto ai 102.300 ricoverati nel 1956 ed i 78.538 nel 1978. Ma la situazione andava comunque sanata. Ci pensò l’allora ministro della Sanità Rosy Bindi, con un decreto che stabiliva la definitiva chiusura, riutilizzo o vendita degli ospedali psichiatrici. Utilizzando, in questo ultimo caso, i soldi ricavati per promuovere il progetto obiettivo sulla salute mentale. Insomma, a garantire ai pazienti una degna assistenza psichiatrica.

Non sempre, però, è andata così. Anche i manicomi oggi non esistono più, i centri di assistenza residenziale, quelli dove il malato vive, nascondono spesso una realtà simile a quella dei vecchi manicomi. Intere strutture sono state completamente abbandonate e lasciate in rovina. Altre regalate o vendute a destinatari che con la salute mentale non hanno nulla a che fare. E i soldi ricavati? Usati per ripianare i deficit regionali. A volte non si sa neanche che fine abbiano fatto.

A partire dai risultati dell’indagine della commissione di inchiesta sul Ssn, Repubblica.it ha realizato un’ampia inchiesta, curata da Mario Reggio su che fine hanno fatto gli ex ospedali psichiatrici a 34 anni dalla legge Basaglia. Un’indagine per fare anche il punto su come si garantisca, oggi in Italia, l’assistenza psichiatrica. Se ne occupano le comunità terapeutiche e case famiglia per la parte residenziale (1.679 strutture, 19.299 posti, 30.375 utenti), dove i ricoverati vengono seguiti da uno staff di psichiatri e di personale infermieristico per un periodo non superiore ai 2 anni e un numero massimo di 20 assistiti per centro.
L’attività semiresidenziale è invece gestita dai centri diurni dove il paziente va la mattina e torna a casa la sera (763  strutture, 12.835 posti, 32.030 assistiti).

Tuttavia l’inchiesta della Commissione descrive una situazione che appare piuttosto lontana dall’assistenza che la legge Basaglia e il successivo decreto Bindi volevano promuovere. “Con i sopralluoghi che abbiamo già da tempo avviato anche negli Opg abbiamo documentato situazioni davvero inaccettabili. Non solo mancanza di cure, ma anche mancanza di rispetto della dignità dei pazienti ricoverati”, ha dichiarato Ignazio Marino a Repubblica. In molti casi, ha spiegato ancora, gli ex ospedali psichiatrici sono rimasti abbandonati o destinati ad altri scopi. Oppure venduti, ma i ricavati non sono andati alla salute mentale, come voleva il decreto Bindi, bensì sono serviti a ripianare i disavanzi sanitari regionali.

Ma passiamo ai casi reali raccolti dai Nas. L’ospedale psichiatrico di Reggio Calabria, ad esempio, è stato ceduto a titolo gratuito ai Carabinieri, che ne hanno fatto una Scuola Allievi. A Napoli l’ex ospedale psichiatrico di via Liveri è chiuso e inutilizzato, stessa sorte per quello il “Leonardo Bianchi” di Capodichino. Abbandonati e inutilizzati quelli di Pistoia e quello di Colorno (Parma). La Liguria ha venduto l’ex di Cogoleto alla Fintecna Immobiliare e alla Valcomp per 13 milioni e 648 mila euro, soldi utilizzati per ripianare il disavanzo sanitario regionale.

Vicenda complessa per il presidio sanitario di Quarto Genova, dove vivono ancora 80 pazienti. La struttura è già stata cartolarizzata per 16 milioni e 206 mila euro, acquirenti le stesse società di Cogoleto. Ma con i malati dentro, la società se ne guarda bene a sborsare i soldi. La Regione ha quindi deciso di lanciare un’asta pubblica: quattro residenze sanitarie assistenziali con un’offerta al massimo ribasso. Un’occasione che ha mobilitato i familiari e il personale del “Quarto”, ma per il momento è tutto fermo.

Porte ancora aperte all’ospedale psichiatrico “Don Uva”, a Bisceglie, in Puglia, gestito dalle Ancelle della Divina Provvidenza. Non ha mai vantato standard ottimali, e anche oggi che la struttura si è in parte rinnovata, le Ancelle hanno deciso di chiedere la cassa integrazione a zero ore per i dipendenti.

Cosa se ne farà la commissione di inchiesta sul Ssn di queste informazioni? “Trasmetteremo i dati alla magistratura – spiega Marino – per valutare se ci sono reati”.

10 luglio 2012
© Riproduzione riservata

Chiara Santi

Author: Chiara Santi

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