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Una giustizia a misura di bambino?

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Buongiorno, sono una psicologa-psicoterapeuta che lavora nel pubblico in Lombardia come consulente nell’ambito della Tutela dei Minori, quindi in continuo contatto con Tribunali, Giudici onorari e togati ecc.

Ieri sera 21 maggio 2014 alle ore 23.00 circa ho visto il servizio mandato in onda su Italia 1  dalla trasmissione ” le Iene” dal titolo inquietante “Come funziona il traffico di bambini”.
L’argomento dell’inchiesta è certamente interessante e condivisibile ovvero l’incompatibilità tra la funzione di Giudice Onorario e di direttore di una comunità per minori/socio di cooperative che gestiscono comunità, ma è stato trattato con molta superficialità screditando l’intero sistema giustizia e le professionalità (quindi compresi i colleghi psicologi) dei Giudici Onorari.
L’argomento che è certamente da approfondire si basava su un report di una associazione “Finalmente liberi” che aveva portato dei dati di incompatibilità su circa 100 giudici onorari, tuttavia il titolo del servizio e i contenuti vertevano poi sull’argomento “allontanamenti dei minori dalla loro famiglia” sui quali si è banalizzato molto (citando come fonte dati di Regione Lombardia Famiglia e solidarietà sociale sui motivi degli allontanamenti) mettendo in dubbio la necessità di tali allontanamenti, dato che le motivazioni non erano secondo loro gravi ovvero non c’era pericolo di vita per i minori.

Mi piacerebbe che nei media passasse un’idea diversa del sistema minorile e delle professionalità coinvolte, soprattutto perchè poi noi operatori dobbiamo lavorare con persone già diffidenti e in un ambiente coatto e non aiuta proprio una cultura diffusa che i Servizi/tribunali rubino i bambini o ne facciano addirittura traffico/merce per motivi economici (le rette selle comunità citate dai 70 ai 400 euro mi sembrano fuorvianti!).

Se possibile potreste approfondire l’argomento magari chiedendo pareri autorevoli (cito solo ad esempio personalità legate al Centro del bambino maltrattato di Milano che conosco bene per la professionalità e competenza che ha fatto scuola nell’ambito della protezione dei minori).
grazie,

dr.ssa Silvia Pedretti

 

COMMENTO REDAZIONALE DI LORITA TINELLI

Tutti i grandi sono stati bambini una volta (Ma pochi di essi se ne ricordano)
Antoine de Saint-Exupéry

 

Negli ultimi tempi i media si sono fatti promotori della tutela dei minori “sottratti” alle famiglie, per i motivi più disparati, e inseriti nelle diverse comunità presenti su tutto il territorio nazionale.
Il motivo di tanto interesse è stato determinato da casi eclatanti, che hanno posto la necessità di riflettere sulle modalità di inserimento dei minori in alcune comunità, su eventuali collegamenti tra operatori del sistema giustizia e le stesse e su eventuali impreparazioni o non conoscenze degli stessi operatori presenti nei diversi contesti istituzionali deputati a decidere sulle sorti dei minori e delle loro famiglie d’origine.
Uno dei casi più clamorosi, balzati alla cronaca giudiziaria e non solo, è stato il caso Forteto di Vicchio, nel Mugello. Una comunità che dal 1977 accoglieva minori in difficoltà e gestita da Rodolfo Fiesoli e da ventidue suoi collaboratori, oggi tutti sotto processo con l’accusa di  violenza sessuale su minori e maltrattamenti. Fiesoli era stato condannato nel 1979  a due anni di carcere per atti di libidine violenta, corruzione di minorenne e maltrattamenti (sentenza passata in giudicato nel 1985).  E nonostante tutto, complice anche l’incredibile cecità di chi doveva garantire l’affidabilità della comunità (Asl, giudici del tribunale dei minori, assistenti sociali, amministratori locali, regione toscana, ma anche psicologi, giornalisti, politici, educatori, sacerdoti che ne avevano garantito l’affidabilità anche a mezzo di pubblicazioni scientifico/divulgative), Fiesoli era ritornato a gestire la comunità. Anzi, proprio nei giorni successivi alla sua scarcerazione il tribunale dei minorenni, gli affidava un bambino down, a dimostrazione che il legame di fiducia tra l’istituzione giuridica e quella comunità non si era affatto incrinato. Anzi è continuato, malgrado nel 2000 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo a Strasburgo abbia condannato l’Italia al pagamento di una multa di 200 milioni di lire come risarcimento dei danni morali a due minori, per il loro affidamento alla comunità. Il problema  sollevato dalla CEDU era che i  “pubblici poteri” avrebbero dovuto evitare l’affidamento di bambini a  persone “condannate per maltrattamenti e abusi commessi su persone che a quell’epoca erano loro affidate all’interno della stessa comunità”.  Ma nonostante tutto gli affidamenti sono continuati.
Probabilmente questa non è la normalità del rapporto tra sistema giudiziario e l’affidamento dei minori. Di sicuro vi sono operatori coscienziosi, istituzioni affidabili e professionisti ineccepibili. Ma la storia del Forteto ha rappresentato un caso che fa riflettere e pone dubbi sulla presenza di certa superficialità in chi si adoperano per la tutela dei minori in difficoltà, evidenziando l’assenza di una rete adeguata di controlli in tali dinamiche e forse una grande capacità di tessere relazioni ‘eccellenti’ di alcuni rappresentanti delle comunità, in assenza di giusti requisiti.
La preoccupazione di tutto ciò, sollevata dai media anche grazie a testimonianze e segnalazioni di altre storie e di altri tribunali, è stata recepita da l’On. Michela Vittoria Brambilla, presidente della commissione bicamerale per l’infanzia e l’adolescenza, che insieme ad altri 32 cofirmatari, ha presentato una interrogazione urgente (2-00373) (1), destinata alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, al Ministero del lavoro e delle Politiche Sociali, al Ministero della Giustizia e al Ministero dell’Interno. Il testo, presentato nel gennaio 2014 riguardava iniziative a tutela dei minori “fuori famiglia”, con particolare riferimento alla valorizzazione dell’istituto dell’affido temporaneo ed ai controlli sulle strutture di accoglienza di tipo familiare.
L’interrogazione parte dalla premessa che  “il minore ha diritto di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia” , pertanto gli dev’essere  garantito l’affidamento ad una famiglia o persona singola, capace di provvedere adeguatamente alla sua educazione, istruzione e relazioni affettive, come da legge del 4 maggio 1983 n. 184. E laddove questo non fosse possibile, in extrema ratio, è previsto l’inserimento in una comunità di tipo familiare o in un istituto di assistenza pubblica o privata, secondo modalità e tempi prefissati. Dalla documentazione presentata dalla Brambilla si evince che alla commissione da lei presieduta giungono continuamente segnalazioni e denunce su allontanamenti di minori dalle famiglie, spesso disposte dall’esito di valutazioni frettolose dell’ambiente familiare naturale. E non sempre le case famiglia o le comunità si dimostrano adeguate all’accoglienza (2).
La Brambilla afferma ancora che “l’allontanamento è la certificazione di un fallimento dello Stato : invece di aiutare, con risorse o servizi adeguati, la famiglia e il minore che ci vive, la mano pubblica rischia di peggiorare le cose negando a un bambino il diritto di crescere tra i suoi, garantito dalle convenzioni internazionali, e creandogli un trauma probabilmente indelebile. Occorre invece sostenere la genitorialità con programmi di supporto e dare maggiore e migliore ascolto al minore stesso” (3).

Considerata la complessità delle dinamiche poste in essere in simili situazioni, dei bisogni e delle necessità dei sistemi relazionali,  nonché delle professionalità impegnate in tali dinamiche e delle  qualità delle loro competenze ed esperienze, l’errore risulta un elemento di cui tener conto.
Le richieste di ispezioni e valutazioni del tutto, fatte dalla Brambilla, quindi, potrebbero costituire una fonte di garanzia per la tutela dei minori. Non solo, ma anche l’adozione di modalità più trasparenti e più capaci di manifestare in tempo utile qualche intoppo, in modo da poterlo risolvere, sempre tenendo al centro dell’attenzione il benessere del minore.

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Note

1 http://www.coordinamentocare.org/public/index.php/news/292-interpellanza-urgente-2-00373-sui-bambini-fuori-famiglia.html
2 dall’Interrogazione: “Nelle case famiglia con ripercussioni gravissime sulla salute e sulla formazione del minore; recenti stime attestano che il numero di bambini fuori famiglia è oscillato in Italia negli ultimi anni tra le 25 e 30 mila unità rispetto agli anni passati, e che l’affidamento temporaneo è cresciuto intorno al 24 per cento;  in Italia non esiste un sistema di monitoraggio strutturato a livello istituzionale che rilevi dati omogenei e confrontabili, né tanto meno una mappatura degli istituti residenziali di accoglienza, sulla qualità di tali strutture, sulla qualifica del personale, sul valore dei servizi erogati e sulla progettualità dell’affido; la mancanza di rilevazioni periodiche e di una vera e propria organizzazione a livello istituzionale hanno portato, in molti casi, alla necessità di proporre valori di stima per molte realtà regionali, evidenziando serie difficoltà nel reperire informazioni trasparenti sul fenomeno dei bambini fuori dalla famiglia e sulle loro condizioni di vita nelle comunità residenziali di accoglimento, rendendoli dei bambini invisibili; […] in assenza di informazioni attendibili su ciò che avviene nelle case famiglia, i minori passano dalla condizione di «allontanati» a quella di «abbandonati», spesso senza possibilità di avere contatti col mondo esterno; “
3 dall’Interrogazione: “l’allontanamento del minore dalla famiglia e la sua conseguente istituzionalizzazione rappresentano un vero e proprio trauma per il bambino che, nella maggior parte dei casi, viene strappato nel giro di pochi giorni dal nucleo familiare senza che sia predisposto un percorso psicologico di sostegno, e deve attendere mesi, e spesso anni, per essere reinserito;”


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PARERE DEL DR. SAVERIO ABBRUZZESE

Avrete notato che l’attacco agli operatori della giustizia minorile ha una certa periodicità nei nostri media. Ogni tanto qualcuno si erge a censore e spara una serie di stupidaggini che discreditano gli operatori del settore, con giudici insensibili, assistenti sociali che rubano i bambini, psicologi compiacenti, se non addirittura corrotti, ed amenità del genere.
Le iene hanno partecipato a questo banchetto sanguinolento con estrema voracità ed assoluta disinformazione.
Chiariamo subito un punto della questione. La presenza dei giudici onorari nei tribunali per i minorenni serve a garantire un approccio interdisciplinare alle problematiche minorili: il diritto, da solo, non basta. È necessario l’apporto di altri saperi; e non credo che qualcuno possa avere dei dubbi sulla assoluta pertinenza di questo assunto.
Ma se accettiamo il fatto che in un TM siano presenti psicologi, assistenti sociali, pedagogisti, neuropsichiatri infantili, educatori, etc., allora dobbiamo anche accettare il fatto che questi professionisti portino negli uffici giudiziari non solo la loro competenza, ma anche la loro esperienza. A cosa servirebbe un laureato in psicologia che non abbia mai lavorato con i bambini? Lo stesso vale per le altre professionalità. In altri termini questi professionisti portano necessariamente all’interno degli uffici giudiziari la loro esperienza del territorio e non sterili nozioni acquisite nel corso dei loro studi. Pertanto la presunta incompatibilità fra le funzioni di giudice onorario e quella di operatore dei servizi non ha davvero senso ed è assolutamente fuorviante porre la questione in questi termini in un programma televisivo.
A questa preliminare considerazione, bisogna aggiungerne un’altra, più tecnica.
In un tribunale per i minorenni ogni decisione è presa da un collegio giudicante formato da quattro giudici, due magistrati, di cui uno è presidente della camera di consiglio, e due giudici onorari. Se consideriamo un medio tribunale che ha in servizio una trentina di giudici onorari e una decina di giudici professionali significa che c’è la possibilità di formare un numero ragguardevole di camere di consiglio. Ovviamente, qualora si debba prendere una decisione che riguardi una comunità o un servizio in cui lavori un giudice onorario, il Presidente del Tribunale farà in modo che questo giudice onorario non faccia parte di quel collegio giudicante.
Ma questo le iene non lo hanno detto.
Aggiungo che di solito i giudici del TM hanno una ripartizione territoriale, per cui gestire queste incompatibilità è molto facile. Faccio un esempio: il TM di Bari si occupa delle provincie di Bari, BAT e Foggia. Ad un giudice onorario di Foggia, che svolge l’attività di psicologo in un consultorio di Foggia o provincia sarà sicuramente assegnato un territorio che fa parte della provincia di Bari, con cui non ha alcuna possibilità di interferire nella sua attività professionale. Senza contare che qualora questa remota ipotesi si verifichi, ha l’obbligo di astenersi in camera di consiglio.
Insomma, spero di essere stato chiaro: si tratta davvero di un falso problema, pompato ad arte per fare e dare scandalo. Per anni ho svolto la funzione di giudice onorario al TM di Bari, mi occupavo di adozioni, in particolare della valutazione delle coppie che presentavano dichiarazione di disponibilità. Essendo io residente nella provincia di Bari, il Presidente mi affidava le coppie del foggiano. In quasi vent’anni di attività non mi sono mai trovato in situazioni di incompatibilità o di conflitto di interessi. Mai.

Saverio Abbruzzese
Psicologo psicoterapeuta
Già giudice onorario del TM di Bari

 

 

Brian Vacchini Giampaoli

Author: Brian Vacchini Giampaoli

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