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Le psicosette e l’illusione della felicità

SEGNALAZIONE

Lunedì sera (22-03-2010) nella rubrica di approfondimento del TG2 Punto di Vista si Parla di Danilo Speranza sotto accusa come leader “santone” di una Setta Romana, viene chiamato in causa un gruppo di psicologi di cui il sedicente guru amava circondarsi, come si vede:

http://www.tg2.rai.it/dl/tg2/RUBRICHE/PublishingBlock-8e127f76-7fef-43f0-88c3-ae63a8f37568.html. Sarebbe necessario un approfondimento e anche un chiarimento da parte degli strumenti di controllo ordinistici. In trasmissione si parla di schiavitù psicologica ma non c’è nessuno psicologo che possa discutere di questi argomenti, è presente invece Don Aldo Bonaiuto che sicuramente conosce i fatti in oggetto ma nel contempo si pone in alternativa con un serio approfondimento psicologico professionale. Infatti vengono spiegate le vulnerabilità psicologiche e le dinamiche interpersonali con un generico malcostume sociale e bisogno d’amore e “la crisi”. Quando viene intervistata una ex adepta vengono chiamati in causa insieme a politici e assessori, un gruppo di psicologi dicendo: “psicologi sopratutto, questa è una cosa importante, perché lui amava circondarsi di psicologi”. Verrà precisato che questi psicologi facevano parte della setta. Don Aldo sottolineerà in seguito che questi criminali posseggono tecniche di “manipolazione mentale” in seguito si parlerà si “sette- e psico-sette” che spingono gli adepti verso il suicidio. Si parlerà quindi di “Psico-sette” proprio perché al servizio di questo santone lavoravano figure professionali chiaramente definite come psicologi. Il nucleo del problema è infatti “l’assoggettamento mentale” ma non vien in nessun modo esplorato. Suppongo che, anziché demonizzare la figura dello psicologo, sarebbe stato più utile invitarne uno in trasmissione. In seguito ci sarà un rimando al nuovo libro di Don Aldo Bonaiuto oggi in libreria. Così che il mondo delle psico-sette viene collegato al satanismo, come si evince dal titolo del libro. Il gioco è fatto: Cattivi psicologi al servizio del demonio. Sono un po’ preoccupato… Daniele (psicologo).

COMMENTO REDAZIONALE A CURA DELLA DR.SSA LORITA TINELLI

Nel 1998 il Dipartimento di pubblica sicurezza del Ministero degli interni descrisse nel modo seguente le ‘psicosette':

I movimenti per lo sviluppo del potenziale umano, ovvero le cosiddette psicosette, rappresentano una novità tutta occidentale ove intuizioni psicoanalitiche, proposizioni morali, metodologie pretenziosamente scientifiche, rivelazioni iniziatiche e pratiche “liturgiche” si condensano in esperienze di carattere filosofico-religioso, che prescindono nella maggior parte dei casi dalla credenze di un Essere Supremo e da speculazioni escatologiche. Il comune denominatore di queste aggregazioni, diffuse per lo più sottoforma di centri psicoterapici, istituti di ricerca e scuole di formazione, è il proposito di aiutare l’uomo a scoprire il “Sé profondo” e a sfruttare appieno le proprie potenzialità inespresse, raggiungendo uno stato di equilibrio psichico e di efficienza fisica che gli consenta di liberarsi per sempre dai condizionamenti mentali, dalle malattie e dalle infelicità. Il più delle volte, per ottenere il risultato previsto, è richiesta la frequentazione di appositi “corsi” a pagamento (piuttosto onerosi) o addirittura la devoluzione di tutti i propri beni al gruppo ed un impegno a tempo pieno nelle attività dallo stesso organizzate.

Sono comunemente ritenute le sette più pericolose e capaci di operare una “destrutturazione mentale” negli adepti, conducendoli spesso alla follia e alla rovina economica: per cui sono anche spesso definite “culti distruttivi” (pp.  43-44)

Tali movimenti hanno trovato terreno fertile nel nostro Paese, in particolar modo negli ultimi trent’anni, grazie al diffondersi e all’affermarsi di una nuova cultura che ha posto la dimensione individuale in una forma esasperata e prioritaria.  Tale nuova cultura ha prodotto enormi cambiamenti anche nell’approccio verso la medicina ufficiale, affiancata ora da una naturale, olistica e meno aggressiva, più propensa a ricercare origini e cause delle malattie nell’ambiente e nel contesto relazionale e anamnestico del soggetto e soprattutto nella sua psiche.

Lo stesso  Jean Vernette, studioso di nuove religioni, nel suo libro New Age (Ed. Paoline, Milano 1992), afferma quanto segue:

«E stupefacente il cambiamento di paradigma operato dal NEW AGE soprattutto in materia di terapie e di tecniche di guarigione. Ai nostri giorni sono sempre più numerosi i medici e i gruppi di intervento terapeutico che fanno appello all’approccio olistico, alla medicina naturale e ai metodi di sviluppo del potenziale umano» (p. 78).

Anche alcune branche della psicologia hanno offerto un notevole contributo alle ideologie di riferimento di  queste organizzazioni, in particolar modo  la psicologia umanista o dell’autorealizzazione.  Questa infatti è considerata una “mentalità e un atteggiamento di vita”  (cit. Alessandro Manenti nella prefazione all’edizione italiana del libro di Paul Vitz Psicologia e culto di sé), con un senso comune nella rivalutazione della positività della natura umana e dei “grandi traguardi riservati al potenziale umano”.

E ancora Manenti afferma:

All’interno di questo modello si possono distinguere due versioni. Nella versione dell’attualizzazione, questa forza di base è la tendenza ad esprimere sempre meglio le capacità e potenzialità che già l’individuo possiede. Rientrano qui: Cari Rogers, Kurt Goldstein e Abraham Maslow. Nella versione della perfezione  la forza è piuttosto la tendenza a lottare e combattere per dare corpo a ciò che può rendere la vita completa, armonica, eccellente, forse anche compensando le carenze di partenza. Rientrano qui: Alfred Adier, Robert R. White, Gordon Allport, Erich Fromm e la psicologia esistenziale (ad es. Rollo May). La versione dell’attualizzazione è umanista, quella della perfezione è idealista. Nella prima la persona deve diventare ciò che già è, nella seconda, persegue dei significati che inventa (…)“.

E continua:

“…la psicologia umanista incoraggia il culto dell’uomo per se stesso, il proprio io o (…) il proprio sè (dall’inglese Self). E una psicologia «selfista», dove il sè e le sue esperienze sono il valore sommo e l’oggetto delle sue devozioni ultime: elementi che costituiscono per definizione le caratteristiche del culto religioso. Questa psicologia è diventata una nuova religione, con i suoi profeti ed i suoi nuovi riti” (In P. Vitz, Psicologia e culto di sé, ed. Devoniane, Bologna 1987, pp. 6-8).

D’altra parte è chiaro che ogni atteggiamento o idea in sé anche positiva e, magari, terapeutica, portata agli estremi, decontestualizzata o utilizzata in modo improprio ed alterato, può avviarsi facilmente ad ottenere effetti opposti e patologici. E’ evidente, quindi, che la condanna non può vertere sulla maggiore attenzione che nel tempo si è dato anche al Sé e alla propria realizzazione personale, che anzi può aiutare molte persone che, invece, distorcono la propria espressione per piegarla alle aspettative altrui, esibendo “falsi sé”, dipendenze patologiche, paure dell’abbandono e quant’altro; bensì sull’uso distorto, estremizzato – e in quanto tale alterato – e decisamente non etico che qualcuno, fra cui talvolta anche gli psicologi, come la cronaca ci insegna, può farne. In questi casi si rimane certamente fuori da un approccio scientifico, corretto e deontologico della psicologia e dei suoi mezzi. Le motivazioni per cui colleghi formati all’aiuto distorcano i loro obiettivi fino ad arrivare al suo contrario possono essere i più diversi e non è questo l’ambito della trattazione. Ma in questi casi, è evidente che gli stessi condividano certe finalità e obiettivi delle psicosette a cui appartengono, ritenendoli in perfetta armonia con il proprio bagaglio scolastico-culturale. Questa propensione, già gravissima di per sé, diventa ancora più pericolosa se si considera che qualsiasi professionista della salute con la sua sola presenza e con i titoli posseduti garantisce credibilità della setta agli occhi della collettività. Sapere che in un dato gruppo vi sono anche psicologi significa che il mondo accademico e istituzionale riconosce valido quel gruppo. Poco importa se le prassi interne e poco conosciute del gruppo stesso non siano in armonia con i criteri della scientificità e del rispetto dell’essere umano.

Tecniche quali il training autogeno, lo yoga, il reiki, l’iperventilazione …. vengono mescolate in un sincretismo di esperienze di condivisione collettiva, di spiritualità, di forte impatto emotivo. Nella maggior parte dei casi, chi agisce in tal senso non è lo psicologo del gruppo, ma una persona che non ha alcuna formazione né nel campo della psicologia né in quello della medicina. Gli psicologi compiacenti fanno da supporter e da sponsor. In altri casi sono gli stessi psicologi a utilizzare kundalini, varie tecniche di meditazione assieme a tecniche acquisite durante il percorso formativo. Una sorta di “sperimentazione” per una migliore conoscenza dell’animo umano.

Non solo, tali organizzazioni, che si presentano come Centri formativi, Gruppi di spiritualità, Centri di Consulenza …. spesso e volentieri si convenzionano con istituzioni di carattere sanitario o anche con università, al fine di formare personalmente i nuovi laureati per poi inserirli nelle proprie fila.

Lo stesso gruppo di Danilo Speranza, Re Maya, pare avesse una convenzione con l’Università La Sapienza di Roma per tirocini per neo laureati in psicologia, che si svolgevano ne la Casa Famiglia Re Maya sin dal 1994. In questi specifici casi non si può certamente non condannare tali istituzioni nella loro scarsa attenzione alle strutture che convenzionano, anche se certamente non sempre è facile distinguere chi svolge attività antiscientifiche, perché il più delle volte saranno mascherate in modo da non destare troppi sospetti.

Purtroppo, solo quando la cronaca ce ne rimanda le reali fattezze siamo pronti a chiederci chi se ne sarebbe dovuto occupare e perché non è mai stato fatto nulla. E soprattutto gli ordini che tipo di attività svolgono nel tutelare la professione da esperienze di questo genere.

Personalmente ritengo che una grande responsabilità nella tutela della nostra professione e dell’utenza ci riguardi di prima mano.

Il nostro codice deontologico ci indica una via. In particolar modo l’art. 8  che  recita quanto segue:

“Lo psicologo contrasta l’esercizio abusivo della professione come definita dagli articoli 1 e 3 della Legge 18 febbraio 1989, n. 56, e segnala al Consiglio dell’Ordine i casi di abusivismo o di usurpazione di titolo di cui viene a conoscenza.

Parimenti, utilizza il proprio titolo professionale esclusivamente per attività ad esso pertinenti, e non avalla con esso attività ingannevoli od abusive.”

Author: osservatoriopsicologia

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