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Samaritans, soccorso suicidi su FB

SEGNALAZIONE

È notizia di qualche mese fa che uno dei social networks più noti, Facebook, ha stipulato un accordo con l’associazione di mutuo soccorso “Samaritans” e creato un modulo nella sezione “help” del social network al fine di riportare i messaggi che possono indicare volontà suicide da parte di qualche utente.

Le segnalazioni saranno poi gestite in base alla gravità: le più preoccupanti verranno girate alla polizia, mentre le altre saranno inviate direttamente all’associazione “Samaritans” che si metterà in contatto con l’utente a rischio.

Il direttore di “Samaritans”, Catherine Johnstone, ha dichiarato che “Sfruttando la popolarità di Facebook vogliamo usare il potere dell’amicizia per far sì che le persone ricevano aiuto. Se un amico dice che la vita non merita di essere vissuta, deve sempre essere preso seriamente”. Attualmente, l’organizzazione è attiva solo in Irlanda e nel Regno Unito, ma lo staff di Facebook ha annunciato che attiverà delle partnership del tutto simili negli Stati Uniti e in Norvegia.

COMMENTO REDAZIONALE DEL DR.  DAVIDE LACANGELLERA

Quando si parla di suicidio, ci si accorge che, ancora oggi, rappresenta uno dei tabù più radicati nella nostra società: parlare dell’argomento suscita riluttanza ed evitamento, e persino dagli operatori della salute il tema è in gran parte misconosciuto. Allo stato attuale, intanto, il suicidio è un problema grave nell’ambito della salute pubblica tanto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima un peggioramento del fenomeno suicidario, che dall’attuale milione casi potrebbe raggiungere un milione e mezzo nel 2020. È la tragedia umana che ogni anno si consuma superando le morti per attentati terroristici, conflitti bellici e calamità naturali messe insieme. Stando ai dati forniti dall’Istituto Superiore di Sanità, in Italia si verificano all’anno circa 4.000 persone morte per suicidio. Eppure è la prima causa di morte prematura prevenibile.

Ciò che non deve assolutamente sfuggire è che il suicidio è un problema complesso, non ascrivibile ad una sola causa o ad un motivo preciso; sembra piuttosto derivare da una complessa interazione di fattori biologici, genetici, psicologici, sociali, culturali ed ambientali.

La comunità scientifica internazionale ha ormai condiviso il fatto che il suicidio può verificarsi a qualsiasi età anche se, prima della pubertà, la prevalenza del comportamento suicidario, è rara. Sebbene sia presente, infatti, il suicidio è un fenomeno insolito nei bambini piccoli essenzialmente a causa della loro immaturità cognitiva, che impedisce la pianificazione e l’esecuzione di un atto letale, ma recenti ricerche hanno scoperto che dal 1980 al 2007, 374 piccoli dai 10 ai 14 anni si sono suicidati nel nostro Paese. Aumenta notevolmente dopo i 14 anni con tassi allarmanti nella fascia di età tra i 15-24 anni, il tasso più alto di casi riguarda la fascia di età over 65. Elementi chiave spesso precipitanti nell’atto letale, sono il passaggio ad una età nuova e ricca di elementi conflittuali, i rapporti familiari o con i pari difficili, così pure le difficoltà scolastiche. In certi casi vi sono disturbi psichiatrici di rilievo che necessitano di un trattamento specialistico.

Quello che però spesso sfugge è che il suicidio non è mai un evento improvviso in un individuo dove tutto andava bene, ma rappresenta l’epilogo di uno stato “perturbato” che ha accompagnato il soggetto per un certo tempo e per il quale non si è intervenuti. Il ruolo di coloro che se ne prendono cura è, dunque, cruciale e strategico in un’ottica di prevenzione.

È bene sapere che il suicidio non emerge mai dal piacere (sebbene vi siano delle eccezioni del tutto particolari), piuttosto è sempre legato a dispiaceri, vergogna, umiliazione, paura, terrore, sconfitte ed ansia; sono questi gli elementi del dolore mentale che conducono ad uno “stato perturbato”. Si tratta di uno stato della mente in cui il soggetto perde gli abituali punti di riferimento. Si sente angosciato, frustrato, senza aspettative nel il futuro e inaiutabile. Questa miscela di emozioni diviene “esplosiva” quando l’individuo inizia a supporre che per risolvere tale sofferenza estrema, il suicidio è la migliore soluzione. Nella trattazione del suicidio la parola chiave non è ‘morte’ ma ‘vita’ dal momento che questi individui sono fortemente ambivalenti circa la loro scelta; piuttosto vogliono vivere ma senza il loro dolore mentale insopportabile.

Premesso tutto ciò, l’iniziativa dell’Associazione Samaritans, che attraverso un accordo con Facebook cerca di raccogliere le segnalazioni di casi a rischio e attivare poi un percorso, è da considerarsi lodevole. Sebbene non frequenti, infatti, iniziano ad essere sempre più numerosi i casi di messaggi lasciati sui social networks di persone con intenzioni suicidarie. Ma tale aspetto risulta altrettanto complesso.

Se è vero, così come l’organizzazione mondiale della sanità afferma, che ogni individuo può fare qualcosa per aiutare a ridurre il numero delle persone che considerano il suicidio come soluzione al loro dolore mentale, e che ognuno dovrebbe saper riconoscere i segnali d’allarme per il suicidio, come quando il soggetto a rischio si presenta ripetutamente con pensieri identificabili con le espressioni “sono triste e  solo, vorrei essere morto, non riesco a fare nulla, non posso più andare avanti così, sono un perdente, gli altri staranno meglio senza di me”, è altrettanto vero che non si deve lasciar passare il messaggio che i Social networks, di cui il più utilizzato è Facebook, possano diventare un “contenitore” oppure, o ancora peggio, uno “strumento” con cui si rischia di rendere un grave problema un “mito”, con il rischio ulteriore di stimolare comportamenti “imitativi”. Ciò proprio in virtù del fatto che di fronte alla problematica del suicidio o del tentativo di suicidio, da parte di tutti gli strumenti che “comunicano”, sono necessari accorgimenti che presuppongono la conoscenza dei fattori di rischio del suicidio compresi i miti da sfatare. Proprio per questo motivo alcuni Ordini dei Giornalisti hanno adottato le linee guida dell’OMS su come i Media dovrebbero trattare il tema del suicidio al fine di evitare comportamenti imitativi, vedi link: http://www.osservatoriopsicologia.com/2011/07/23/linee-guida-sul-tema-del-suicidio-trattato-dai-mass-media/.

La conoscenza dei fattori di rischio infatti, pur non essendo l’unico strumento, è un elemento importante per riconoscere l’individuo a rischio e costituisce la base per la vera prevenzione. La comprensione dei fattori di rischio può aiutare a dissipare il mito che il suicidio è un atto casuale o semplice risposta ad uno stress. Al contrario, è il punto di svolta per una situazione divenuta insostenibile, nella quale l’individuo sperimenta sentimenti di disperazione, inappagamento dei bisogni primari, inaiutabilità e conflitti ambivalenti tra sopravvivere con uno stress divenuto insopportabile nei confronti del quale si sperimenta un restringimento delle opzioni per fronteggiarlo, e il bisogno di sottrarsi a questa situazione.

Di fronte ad un segnale d’allarme è necessario che figure professionali specializzate, con competenze ad hoc in grado di saper cogliere tutti gli aspetti che si nascondono dietro questa problematica, intervengano tenendone ben presente le complesse dinamiche psicologiche. Nei soggetti a rischio di suicidio la capacità di provare piacere dalle normali attività della vita sembra essere compromessa. Quando il tempo diventa stagnante, quando non accade nulla che sia foriero di cambiamento del proprio stato di estrema sofferenza, il suicidio inizia ad essere un’opzione. Il soggetto vorrebbe non pensarci, ma poi disperato e sfiduciato inizia quasi un gioco perverso nel quale si attua una sorta di auto-ricatto che, tuttavia, è portato avanti con pensieri ed idee nelle quali il motivo prevalente è “se nulla cambia mi suicido”. Inizia così la comunicazione più o meno mascherata di questo stato. Ne deriva che le persone accanto al soggetto in crisi e, in definitiva lui stesso, iniziano una sfida con la situazione critica, la cui mancata soluzione porterà al suicidio.

In questa partita con la vita, il soggetto percepisce che il suicidio può essere un atto di ribellione e vendetta; un atto di libertà. L’atto letale viene visto come elemento di sollievo ma che necessita di coraggio e di estrema energia fisica e mentale. Riuscire a superare l’istinto di sopravvivenza, e imbattersi nella degenerazione dei tessuti corporei per i quali ci si impegna sempre alla preservazione, è un’operazione che richiede grande ragionamento e soprattutto conclusioni di grande rilevanza per il soggetto. Non esiste suicidio nel quale la morte non costituisca un gesto serio e motivato per risolvere qualcosa di estremamente complesso. In molti descrivono il volersi addormentare, l’isolarsi, lo “staccare la spina” da un evento o situazione penosa. Il soggetto suicida va oltre, approcciandosi ad un gesto catartico e letale il quale dovrebbe, paradossalmente, salvargli la vita. Il suicidio, dunque è visto anche come un atto di ribellione che afferma un motivo del tipo “Ho potuto fare qualcosa di attivo” laddove tutto era passivo, nulla accadeva, nulla cambiava e nulla era più sotto la volontà del soggetto.

È quindi un atto che, in molti casi, è meditato per un tempo più lungo di quanto si creda e solo dopo questo lasso di tempo l’atto diviene un gesto impulsivo all’apparenza agito senza averci pensato. Il soggetto ha valutato ripetutamente se togliersi la vita e questa opzione, ogni volta che si è presentata, sebbene sia stata scartata, ha assunto una valenza via via maggiore.

È proprio in questo frangente che il soggetto a rischio inizia a dare segnali nei quali convoglia il messaggio di essere stanco di vivere e di pensare alla morte. Facebook inizia ad essere una di quelle “piattaforme” su cui scaricare tali messaggi. Ma, proprio perché si tratta di un problema della vita dell’uomo per il quale si verificano tempeste emotive, grandi e complessi moti di ambivalenza, e parallelamente modificazioni delle abitudini del sonno, dell’appetito, dell’igiene personale e delle relazioni sociali, necessitano di una delicatissima attenzione, che certo, può anche passare dai social networks, ma non può prescindere da una attenzione particolare che solo i professionisti formati e specializzati, e magari anche coordinati tra loro, possono garantire di fronte a un segnale d’allarme. Da qui passa la concreta e reale prevenzione.

Author: osservatoriopsicologia

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