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Psicologi e Media. Le linee guida dell’Ordine Lazio

di Chiara Santi e Manuela Materdomini

Nel 1995 Giorgio Blandino, Professore di psicologia dinamica presso l’Università di Torino, dava vita a un’indagine che si proponeva di esplorare quali fossero le aspettative che la psicologia suscitava presso il grande pubblico e quale immagine esso ne avesse. I risultati di questo lavoro furono raccolti e sistematizzati all’interno di un testo pubblicato nel 2000, edito da Cortina, che prendeva il nome di Il parere dello psicologo. La psicologia nei mass-media e che costituiva uno dei primi tentativi di riflessione sistematica intorno al ruolo dello psicologo nei mass media e alla natura dell’immagine sociale della nostra categoria professionale. In ultima analisi l’esito dell’indagine metteva in evidenza come la diffusione capillare dei saperi “psi” non sempre avveniva in modo realistico e corretto e che l’immagine della psicologia oscillava tra una banalizzazione e un misconoscimento della disciplina da un lato e una profonda idealizzazione dall’altro (1).

Nel corso degli anni a seguire e in maniera sempre più vorticosa, la presenza dello psicologo sui grandi media si è moltiplicata a livello esponenziale. Tale fenomeno costituisce indiscutibilmente un indice dell’importanza crescente che sta assumendo la psicologia nella società nella misura in cui le viene richiesto un contributo autorevole per la comprensione della realtà; ma, purtroppo, comporta anche dei rischi. Il desiderio di fama ed esibizionismo può portare taluni a comparire all’eccesso, a volte esprimendosi persino in aree nelle quali non sono strettamente competenti. Infatti, la creazione del nostro Osservatorio è stata la logica conseguenza di alcuna (troppa) mala-informazione in merito agli aspetti “psy” sui mezzi di comunicazione di massa. Da psicologi che diventano tuttologi a colleghi che parlano profusamente di reati e delitti nelle cui indagini sono in qualche modo coinvolti come tecnici fino a ogni genere di professionista estraneo alla nostra professione che viene intervistato per rilasciare commenti su aspetti che dovrebbero, invece, essere di nostra pertinenza, l’immagine della psicologia e degli psicologi ne esce, spesso, un po’ malconcia.

Sugli operatori estranei alla professione che, pure, si sentono in grado di commentare “approfonditamente” tematiche di nostra competenza, non possiamo incidere, se non lateralmente, informando il pubblico, attraverso questo sito, di eventuali distorsioni nella comunicazione.

Ma, in merito ai nostri colleghi che non sempre si comportano adeguatamente nel loro rapporto con i vari media, l’Ordine può avere qualcosa da dire. Ovviamente, ciò può già avvenire attraverso i normali procedimenti disciplinari, qualora vi fosse una fondata segnalazione relativa a violazioni del Codice Deontologico. Tuttavia, certamente, delle linee di indirizzo più specifiche, una declinazione più operativa della nostra deontologia in merito ad una presenza che sta diventando sempre più diffusa, portando con sé effetti non sempre positivi, sarebbero utili.

Ci ha pensato l’Ordine del Lazio a stilare quelle che definisce come “Linee Guida su etica della professione e comunicazione nei mass media con particolare riferimento all’ambito della cronaca” (2). Fa piacere, da un lato, vedere che un Ordine abbia sentito il dovere di iniziare a mettere chiarezza su questo tema, dal momento che un intervento di carattere istituzionale nel merito ci sembra segnalare una sempre più diffusa e condivisa necessità di regolare la presenza dello psicologo sui media affinché essa si trasformi in un’ulteriore strumento di accrescimento positivo dell’immagine sociale della nostra categoria e non l’ennesimo tallone d’Achille; certo, avremmo preferito che, ad occuparsene, fosse stato quello Nazionale, in quanto il problema investe tutto il territorio italiano e, come tale, un’uniformità in tale materia, delle buone prassi nazionali che possano essere recepite regionalmente, sarebbero state salutate con ancora più entusiasmo.

Le raccomandazioni dell’Ordine Lazio sembrano principalmente focalizzate – anche se non esclusivamente – sul problema relativo a pareri professionali e interpretazioni su episodi di natura criminale. Se dovessimo analizzare tutti gli interventi di ogni collega nei differenti media, noteremmo che, a livello quantitativo, questo non è certo il tema più frequente.

In effetti, sulla base delle segnalazioni che pervengono al nostro Osservatorio di Psicologia nei Media ci sentiamo di asserire che lo psicologo è ancora più spesso chiamato a esprimersi sui disturbi clinici, in particolare i DCA, il DAP, l’ansia e la depressione, e a confezionare diagnosi prêt-à-porter a uso e consumo di tele e radiospettatori.

Eppure, si capisce come la preoccupazione primaria sulla condotta ineccepibile da tenere sia centrata innanzitutto sugli aspetti su citati, perché sono quelli che, più di altri, sono evidenziati dai mezzi di comunicazione maggiormente seguiti e a più ampia diffusione.

Quelli che, quindi, possono fare in misura superiore la differenza fra una percezione positiva o negativa della categoria presso il pubblico.

Le linee guida sottolineano giustamente come i colleghi che si trovino nel ruolo di CTU o CTP abbiano dei doveri deontologici stringenti che vanno oltre anche a quanto previsto dalla legge. Ad esempio, il solo fatto che i dati a cui hanno avuto accesso gli psicologi con tale ruolo non siano più coperti da segreto istruttorio, non significa che essi possano essere liberamente divulgati da chi, per un motivo o per l’altro, ha preso parte al processo. Oltre all’ovvio discorso del segreto professionale ricordato dall’Ordine Lazio, si può ritrovare anche un più generale criterio di decenza e correttezza (se vogliamo, riferibili ai principi di decoro e dignità della professione degli artt. 2 e 38 del C.D.) che permetta di mostrare (e far percepire) l’immagine di un professionista serio, più interessato a svolgere il proprio lavoro per una mission interna che condivide e di cui abbraccia i principi (ben esposti nei nostri artt. 3 e 4 del C.D.) che non desideroso di pubblicizzarsi attraverso una facile sovraesposizione mediatica basata sullo sfruttamento della morbosa curiosità del pubblico. Notano bene Calvi e Gulotta, in merito, come vi sia differenza fra una pubblicità intesa come un servizio alle persone ed una intesa come promozione di sé: “Nel primo caso, prevalgono il criterio del rispetto dell’utenza (o delle persone che, in vario modo, entrano in relazione professionale con lo psicologo), il rispetto e il riconoscimento del valore dell’attività dello psicologo e, quindi, della propria attività professionale, la preoccupazione per la qualità del servizio fornito. In buona sostanza prevale la preoccupazione di trasmettere un’informazione autorevole e forte circa l’autentica professionalità dello psicologo. Nel secondo caso, prevale invece l’interesse personale, e cioè il procacciamento della clientela, l’arricchimento personale, la fama, ecc. Che, senza un’attenzione alle premesse (ad es.: che idea ha lo psicologo del suo ruolo? Che tipo di investimento egli fa sulla sua professione?) e alle conseguenze che questo atteggiamento comporta (ad es. i prezzi che pagano le persone che a lui si affidano, quanto ciò che li ispira è un utilizzo strumentale del ruolo o un interesse mosso solo dal desiderio di realizzazione personale) penalizza l’interesse della professione e i valori che la fondano” (3).

D’altra parte, non meno attenti devono essere i colleghi che non siano direttamente coinvolti negli eventi e a cui si richieda un parere professionale che, come da raccomandazioni, dovrebbero fare riferimento ai “suddetti piani di contenuto e di metodo, chiarendo che si tratta di sistemi di riferimento probabili ma non certi nella attuale situazione”. Troppo spesso, invece, troviamo professionisti “psy” che elargiscono interpretazioni e commenti su fatti delittuosi senza avere conoscenza reale degli avvenimenti per come si sono svolti e facendo ricorso più ad un facile sensazionalismo che non a studi scientifici e probabilistici che, come tali, senza dati certi su cui basarsi, possono essere utilizzati solo in termini generali e non come risposta precisa a domande che vanno poste in ben altri luoghi.

Uno spazio nelle indicazioni dell’Ordine Lazio è riservato anche a quella che risulta essere la principale fonte di segnalazioni per il nostro Osservatorio, cioè la più generale divulgazione su temi di tipo scientifico e di pertinenza psicologica. E’ decisamente vero che la padronanza e dimestichezza con un argomento (nonché la vera competenza oratoria) si vedono dalla capacità di trasmettere concetti complessi in modo semplice; mentre, purtroppo, chi è interessato più alla propria immagine che a quella della categoria, spesso sceglie la modalità opposta, utilizzando paroloni tecnici (frequentemente a sproposito) per rendere più nebulosa la linearità del concetto e rivestirsi di un apparente manto di grande erudizione. Naturalmente, talvolta il rischio è opposto, quello di ipersemplificare, dando quindi l’impressione di soluzioni di pronto uso, stile “bacchetta magica” o esprimendo pareri talmente generici da non far cogliere la differenza fra il professionista e “l’uomo della strada”. Certo, non è semplice stare in bilico sul crinale senza scivolare in uno dei due estremi. Il nostro “apparato vestibolare” dovrebbe essere assicurato, perciò, da una profonda competenza accompagnata da un solido rigore deontologico.

Le linee guida, quindi, consigliano di “evitare di semplificare i problemi, offrire l’illusione di scorciatoie e soluzioni immediate, fare ricorso ai luoghi comuni. Al contrario, compito dello psicologo è quello di aiutare a cogliere la complessità dei fenomeni, la molteplicità delle interpretazioni, la difficoltà delle scelte operative”. Qualora, invece, si venisse interpellati “più come quisque de populo che come tecnico (…) deve fare attenzione a chiarire che è a tale titolo che si esprime, onde evitare di fornire al pubblico l’immagine dello Psicologo come “tuttologo” o generico opinionista”. Raccomandazione troppo spesso disattesa; è una piccola precisazione che, tuttavia, può fare un’enorme differenza.

D’altra parte, anche quando l’intervento sia specifico e approfondito, basato, come ci si attende, su solide basi scientifiche, è bene differenziare quello che sono riflessioni e considerazioni, per quanto precise, da interventi tecnici e metodologici che richiedono ben altri contesti e basi. Non sono certo la televisione, internet o la carta stampata i luoghi adatti per dedicarsi a somministrare test, stilare diagnosi, interpretare e così via.

Note bibliografiche

  1. Blandino, G. (2000). Il parere dello psicologo. La psicologia nei mass-media. Raffaello Cortina, Milano.
  2. http://www.ordinepsicologilazio.it/binary/ordine_psicologi/h_eventi_ordine/Linee_Guida_Etica_della_professione_e_comunicazione_nei_mass_media.1337332659.pdf
  3. E. Calvi, G.Gulotta, Il codice deontologico degli psicologi commentato articolo per articolo, Giuffrè editore, Milano, 1999, pagg. 39-40.

Gabriella Alleruzzo

Author: Gabriella Alleruzzo

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