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La compassione è una relazione

Rosalba Miceli

Negli ultimi anni gli aspetti prosociali del comportamento umano sono divenuti oggetto di indagine scientifica al confine tra evoluzionismo, etologia, genetica, neuroscienze, psicologia, filosofia, economia, sociologia. «Prosocialità» è un termine utilizzato comunemente dagli psicologi per indicare qualsiasi comportamento volontario diretto primariamente a portare beneficio ad altre persone, senza ricerca immediata di ricompensa. Gli studi sembrano convergere su un fattore comune: l’empatia (letteralmente «sentire»), come intuì Edith Stein, è l’esperienza alla base di tutte le forme attraverso le quali ci accostiamo a un altro, agendo da riconoscimento dell’individualità di un’altra persona (sei importante per me, ho stima di te e riconosco, rispetto e condivido il tuo sentimento). Ma come spiegare il movimento interiore che dall’empatia porta alla compassione? E la disponibilità a mettersi nei panni dell’altro fino al punto di riconoscerne e condividerne la gioia, le speranze, le paure, la sofferenza? Come intraprendere un percorso che porti a scoprire la vulnerabilità dell’esistenza dell’altro e, di riflesso, ad accettare anche la propria?

Tema caro all’etica cristiana e alla tradizione buddista (che ne sottolinea il ruolo centrale nella vita umana e nella società), la compassione non è pietà – provare pietà a volte può essere quasi paralizzante – non è una forma di sentimentalismo, né di semplice tolleranza, bensì una relazione, e come tale, richiede competenze comunicative e relazionali. «Una relazione – osserva Roberto Mancini, docente di Filosofia teoretica all’Università di Macerata, nel saggio “Il silenzio, via verso la vita” (Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose) – in cui l’altro non si scandalizza del mio dolore, ma mi aiuta a dare ad esso un’elaborazione che non sia violenta o puramente reattiva. Da una relazione di questo tipo scaturisce un duplice effetto: da un lato mi sento compreso e aiutato nel mio dolore; dall’altro, imparo poco per volta a non arrendermi di fronte al dolore dell’altro, a non “farmi vincere dal timore che esso risvegli e amplifichi anche il mio”. In questo duplice movimento maturo la capacità di dar voce al mio dolore senza farmene annientare, e accedo infine alla forma più compiuta di com-passione, per cui “nel mio dolore e in quello di chi amo sento all’improvviso il dolore di tutti gli esseri”».

Solo in quest’ottica, afferma Mancini, si può parlare della sofferenza come “via per capire”, non perché il dolore punisca o redima, ma perché «ci restituisce il tatto, l’udito, la vista, il cuore, il pensiero per sentire le ferite di chiunque. È a questa apertura del sentire con gli altri, condividendone la sofferenza, che bisogna guardare per comprendere in che senso l’autentica universalità di un gesto, di una scelta, di un valore, di un’etica, non derivi dalla generalità dei concetti che utilizziamo, ma dalla relazione concreta con il prossimo».

Una relazione che, lungi dall’appesantire la vita (come avverrebbe se la compassione fosse quasi una inarrestabile moltiplicazione del patire e non già una corrente d’apertura all’altro), libera la vita perché libera l’altro, chiunque egli sia, anche per un solo istante, da una condizione di isolamento, esclusione, miseria, umiliazione, e libera anche la vita di chi prova compassione, rendendolo capace di vibrare con l’umanità di chiunque, di diventare frontiera avanzata dell’umano.

15/06/2012

 

Chiara Santi

Author: Chiara Santi

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