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INSIEME MA SOLI Perchè ci aspettiamo sempre di più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri

Autore: Sherry Turkle

Edizione: Codice Edizioni

Pagine: 399

Prezzo: 27.00 euro

Anno: 2012

Recensione di Giuseppe Preziosi

“è tempo di chiedersi se il computer rifletta il discorso di una realtà astratta e senza corpo, un discorso di potere e di controllo sull’Altro, sull'”oggetto”, sulle emozioni… “

Sally Pryor, Immaginare di essere un computer.

Quando si era bambini a volte si aveva la ventura di trovare nei giardini dove si giocava piccoli animali feriti; il gruppo intero adottava l’animaletto, lo nutritiva, accudiva, curava. Lì iniziava l’inferno per questa piccola bestiola che poteva essere un uccellino caduto dal nido, un gattino orfano, una lucertola zoppa; rinchiusi in scatole assolutamente confortevoli ma senza possibilità di fuga, affogati nella lana, nelle copertine di fortuna, costretti a uno sguardo curioso, implacabile e insaziabile, manipolati, esibiti, scossi, invasi, nutriti a forza con cibi improbili per un volatile, un felino o un rettile. La morte arrivava solitamente presto a metter fine a questa inutile crudeltà.

Questa associazione emersa dopo i primi capitoli del libro è indicativa. Ho immaginato questi poveri Furby, Real Baby, Roxxxy, Aibo di orde di bambini così come animaletti spauriti; ho attribuito quindi a questi robot sociali emozioni come dolore, paura, sofferenza in modo automatico inconsciamente oserei dire.

Qui un nodo chiave del libro di Sherry Turkle. In un saggio pubblicato nel 1994 , “Il robot universale”, Hans Moravec scriveva ” oggi i migliori robot sono pilotati da computer abbastanza potenti da simulare il sistema nervoso di un insetto, costano quanto una casa e quindi trovano solo alcune nicchie vantaggiose nella società…l’evoluzione dei robot verso la piena intelligenza subirà una grande accellerazione, credo, in circa un decennio, quando un robot generico, prodotto industrialmente, universale diventerà realtà“; non siamo arrivati ai livelli evolutivi immaginati da Moravec ma la questione si è spostata; non è quanto perfetti o perfezionabili possano essere questi robot, se arriveranno mai a essere sovrapponibili alla nostra mente o ai nostri corpi ma quanto le nostre debolezze, le nostre difficoltà, il nostro disagio postmoderno siano disposti ad accettare in cambio di una relazione, la nostra disponibilità emotiva. Alla domanda se i robot in futuro saranno in grado di essere dei babysitter alcuni bambini chiedono perchè non dovrebbero esserci umani disposti a farlo. Forse piccole foche meccaniche (Paro) che rispondono a stimoli tattili sono davvero terapeutiche per degli anziani che soffrono di solitudine ma perchè la nostra società si ostina a prolungare forzatamente le nostra esistenze senza che poi si dia un luogo, uno spazio di vita, un senso che non sia l’assistenza, la casa di cura?

Essere robotici e digitali passati da ELIZA a Cog nonostante tutte le loro evidenti limitazioni evocano in noi contenuti mentali e emotivi che in realtà non esistono e che ormai comprendono anche l’ambito dell’accudimento, della solitudine, dell’ascolto terapeutico; si passa allora dall’essere “quasi abbastanza” a “meglio di” rapporti frammentati, insicuri, sfilacciati, deludenti. Non sono i robot sociali ad essere finalmente evouti da potersi relazionale efficacemnte con noi ma siamo noi a chiedere non così tanto a loro pur di avere l’ologramma di una realzione.

Tutto questo in un contesto dove, questa è la seconda parte del libro, hanno fatto irruzione con prepotenza le nuove tecnologie della comunicazione. Amplificando i nostri sensi, potenziando le nostra capaicità comunicative queste protesi hanno modificato il nostro modo di relazionarci creando nuove possibilità di incontro, scambio, ma anche nuove ansie, nuovi doveri sociali, nuove ossessioni soprattutto in quelle generazioni che sono nate on line, che sono cresciute con i genitori appicciati al blackberry, che hanno pranzato a tavola con il portatile, che sono andate in vacanza in località turistiche che assicuravano la connessione.

Dover controllare la posta elettronica continuamente, dover rispondere ad un sms entro 10 minuti, dedicare ore a costruirsi un profilo facebook, riversarsi in Second Life o World of Warcraft, essere intimiditi dalle telefonate (troppo invasive), confessare i propri contenuti più intimi in social network pubblici che ne possederanno la proprietà per sempre, affidare le proprie confessioni al mare dei commenti anonimi, delegare parti della propria libertà alla rete sembrano essere tutti elementi comuni ormai della nostra vita relazionale.

La Turkle evoca il panopticon e la lettura di Foucault del dispositivo dei Bentahm; l’unico modo per non sbagliare e non pagarne le conseguenze in un contesto in cui puoi essere sempre visto, la tua posta può essere controllata insieme a foto, mail, commenti che vagano fuori dal tuo controllo per la rete è startene buono.

Gabriella Alleruzzo

Author: Gabriella Alleruzzo

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