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Il grande Cocomero

Il Grande Cocomero, 1993, con Sergio Castellitto,  Alessia Fugardi, Anna Galiena, soggetto, sceneggiatura e regia di Francesca Archibugi.

di Anna Barracco

“Polvo seràn, mas polvo enamorado”

Francisco Quevedo

Il grande cocomero è un film che quest’anno compie 18 anni. Non è certo una novità, quindi. Nel 1993, questo film, di una allora giovane regista esordiente, costituiva uno  dei primi tentativi di riflessione sui “formidabili” anni ’70, gli anni della contestazione giovanile, il post ’68, quell’immenso laboratorio di idee, cambiamenti, pensieri, che ebbero l’impudenza e il coraggio di voler ripensare al “quotidiano” nei suoi intrecci con il sociale. L’economia con la sessualità, il rapporto uomo-donna con la lotta di classe, il disagio e la malattia con la divisione del lavoro;  i quartieri, i parchi, le strade, le scuole: tutto in quegli anni era oggetto di riflessione, di contrattazione, di condivisione, tutto era “politico” in senso lato.

La dimensione anche utopistica di questo voler riaffermare il primato della “polis” anche nel cuore degli individui, mostrava tuttavia già nel corso degli stressi anni ’70 le sue fatiche, le sue aporie,  sulle quali alcune memorabili testate satiriche ( “il male”, e successivamente “Cuore”) già mettevano l’accento.

In quegli anni, per chi come me era allora adolescente, non era passato inosservato un libretto, dall’eloquente  titolo “Porci con le ali”, scritto da due anonimi (Rocco e Atonia) “adolescenti”, alle prese con le illusioni, con le ideologie totalizzanti, con gli imperativi categorici di libertà sessuale, lotta di classe, antiamericanismo e filo-sovietismo. Tutto un gran minestrone in cui i due sperduti “porcelli” cercavano invano di aprire le ali.

Questo libretto, che vendette moltissime copie, sia prima che dopo il sequestro di cui fu oggetto, da parte della procura di Roma – segno  della squalifica moralistica dell’allora ancora imperante censura, espressione di  una società che nonostante tutto resisteva a questa ondata “rivoluzionaria” che agli occhi della borghesia moderata appariva solo un rigurgito di follia – era in realtà uscito dalle penne di due fra le più belle  menti dei nostri anni ’70: Lidia Ravera e Marco  Lombardo Radice.

E’ alla vita, all’opera di Marco Lombardo Radice, ai rivoluzionari scritti di questo giovane neuropsichiara, protagonista delle lotte studentesche dei primi anni ’70 a Roma, che è dedicato questo bellissimo film.

Arturo (Sergio Castellito)  è infatti un giovane neuropsichiatria, che lavora alla clinica universitaria di Via dei Sabelli, a Roma, la clinica neuropsichiatria fondata e voluta dal grande Bollea, di cui pure qui OPM ricorda la scomparsa. Non è un caso, forse, che in questo triste scorci odi finre decennio abbiamo dato l’addio a Jervis, a Bollea, a Zapparoli, e ci apprestiamo quindi, nostro malgrado, a interrogarci su quali eredità saremo in grado di raccogliere da questi grandi profeti.

Arturo dunque è un giovane dolcissimo e innamorato del suo lavoro, che il film ci presenta in una solitudine esistenziale sopportata con dignità, ma senza mistificazioni e senza sconti. Esce assai ammaccato da un abbandono coniugale, dopo che non era stato in grado di accogliere una paternità.

Il rimorso, il dolore di non aver saputo accogliere un evento al quale invece avrebbe potuto forse fare spazio,  si fa negli anni sempre più significativo, e va a nutrire, distillato, il suo desiderio di analista.

La dinamica si snoda attorno alla co- protagonista, la tredicenne Valentina Diotallevi, detta “Pippi”, che soffre di crisi epilettiche dalla nascita.

In realtà, Arturo sospetta fin da subito che le cause di quelle crisi comiziali, o pseudo-tali, siano da ricondursi alla dinamica familiare. I due genitori, appartenenti alla media borghesia benestante, sono tenuti insieme dalla malattia della figlia;  un sordo conflitto, fatto di non detti, di scelte non effettuate, di rancori e di paure, fa da reticolato e da trama alla comunicazione familiare.

La cura della piccola Pippi si snoda dunque nel film, mostrandoci con stupefacente e commovente limpidezza, l’incrocio fra la logica istituzionale (la mancanza cronica di personale, gli alibi degli infermieri ma anche le loro legittime rivendicazioni, il burn out di Aida, l’anziana inserviente, le resistenze passive e a tratti invece gli entusiasmi e il desiderio di partecipazione dell’équipe) e i nodi esistenziali dei protagonisti.

Raramente come in questo film,  che consiglio caldamente a tutti gli operatori di salute mentale e a tutti i genitori con adolescenti in cura, viene messo in luce con disarmante sincerità la difficoltà, da parte di un terapeuta, di coltivare e tenere vivo il suo desiderio, svuotandolo dalle istanze personalistiche, e impedendo tuttavia che venga distrutto dai fallimenti, dalle fatiche, dagli innumerevoli ostacoli che sempre si frappongono fra noi curanti e i soggetti, nella loro parte in cui esprimono istanze evolutive.

Il film ci mostra Arturo che si avvicina a Pippi, che da lei si fa “prendere in giro” e cade nelle sue trappole, nelle sue bugie; riesce però a mantenere aperto uno scarto, fra le bugie di Pippi e le verità che queste stesse bugie indicano; riesce cioè a non chiudersi all’alleanza, all’interlocuzione con la madre, la bellissima Cinzia (Anna Galiena), e in questo modo riuscirà ad “ascoltare” la sua profonda rabbia, la sua delusione per il rifiuto ricevuto dall’amato cugino. “Si è sposato poi con una piatta piatta…”. Il  rifiuto cui Cinzia si è identificata, ha preso corpo nella piccola Pippi, che condensa la posizione di “oggetto scarto” (“era così piccola, nera nera, non sembrava neanche mia figlia…”).

E Pippi, quando arriva alla clinica di Via Sabelli, è identificata perfettamente, e fa il suo lavoro di “oggetto scarto”. Dice in una scena memorabile, ad Arturo, in psicoterapia: “Tu di me non hai capito niente… tu non sai niente della mia malattia, di quanto fa schifo… La bava alla bocca, il casco che ho obbligatorio a scuola.. se nascevo storpia o gobba, sarebbe stato molto meglio per i miei genitori, avrei fatto meno schifo  …”.

Arturo si offre alla piccola Pippi, o meglio le offre uno sguardo, uno specchio nel quale potersi invece vedere non come oggetto scarto, ma come giovane fanciulla in boccio. Non arretra, Arturo, di fronte alle difficoltà e al calore pericoloso del transfert: offre a Pippi di acquistarle un abito femminile, le si stende accanto, sul lettino ferrato del Reparto, entrambi vestiti, ma vicinissimi, ognuno,all’essere dell’altro. “Perché non sei sposato”? “Perché mia moglie  ha lasciato” “E  non ne trovi un’altra ?” “ E quando?” “Quanti anni hai ? ”  “Troppi. Dormi, dormi, che è meglio”.

Non si tira indietro, Arturo, e il recupero di Pippi di uno sguardo nel quale rianimarsi, si intreccia con il perdono possibile per l’aborto che Arturo credeva di avere voluto, e che invece ha subito. Commovente il dialogo con il prete operaio Don Annibale, in cui Arturo mostra l’angoscia e la solitudine, il timore di dover “rimanere inchiodato per sempre  all’unica faccia da stronzo che ho fatto nella mia vita” . Al limite dell’eresia, nel tentativo di valicare i “dogmi” dell’ideologia, della religione, della stessa neuropsichiatria, è tutta la vicenda della piccola Marinella, che diviene per Pippi la possibilità di prendersi cura, a sua volta, delle sue parti più oscure, e per Arturo rappresenta  l’incontro doloroso con il mistero, con il limite, con la roccia della morte, all’ombra della quale faticosamente si staglia e sopravvive il desiderio, instancabile e dolorante, dell’analista.

E’ questa, semplicemente, la posizione del profeta. Colui che non cede, che resiste.

Marinella muore; il mistero del corpo, il muro della biologia lascia tutti attoniti e fa vacillare per un attimo le speranze e i cuori di tutti. L’amico e collega  di Arturo sceglie la clinica privata. Basta straordinari non pagarti, basta responsabilità, basta angosce e sensi di colpa. Pippi si rifugia nuovamente nella sua rassicurante crisi epilettica, e tutto sembra perduto.

L’intreccio formidabile di laicità e spiritualità, il rifiuto radicale e coraggioso di ogni ideologia è quello che fa ai miei occhi di questo film  un vero monumento alla nostra professione di terapeuti, un’apologia appassionata della clinica istituzionale, oltre che una lucida difesa di quello che di formidabile, al di là della “vulgata” beceramente ideologica, sono stati gli anni ’70, il loro afflato di rinnovamento e la loro portata di verità.

Arturo riesce ad incontrare Cinzia, a convincerla della bontà della sua lettura clinica del disagio della figlia. Bellissima la scena in cui Cinzia (che da del “tu” ad Arturo) dice della sua crisi profonda con il marito “Quando fai degli errori, poi tutto viene di conseguenza.. ti va tutto male, anche i figli vengono male…”. A quelle parole, segue il battesimo simbolico  di Pippi , Valentina Diotallevi, con questo cognome che pesa come un destino pietrificato e significa il suo scarto, il rifiuto che era destinata ad incarnare nel desiderio dell’Altro:  “Cinzia, devi metterti in testa una cosa:  tua figlia, è venuta benissimo”.

In questo film,dunque, con sullo sfondo il respiro di una città ancora umana, dove un venditore di pizza al taglio riesce a fare uno sconto ai bambini della “neuro” in fuga, recuperati da un giovane neuropsichiatria squattrinato, con sullo sfondo un prete operaio che mette toppe alle carenze del pubblico servizio, e che è capace persino di modificare la liturgia in un funerale, leggendo un passo dell’”idiota” di Dostojewsky; con sullo sfondo il dolore e la solitudine di un uomo che non si da pace per aver rifiutato una paternità che ora sente essere parte di sé;  una giovanissima donna, Valentina Diotallevi,   viene strappata ad un destino di emarginazione e si riappropria della sua vita.

E’ un piccolo miracolo, lo straordinario di ogni giorno, che ancora oggi la nostra professione è in grado, tante volte, di realizzare. Non sempre, tuttavia, di raccontare.

Questo film lo racconta, e si porta dietro la malinconia e il rimpianto, in noi di quella magica generazione mai sopito, di un’epoca in cui tutti avevamo sognato che lavorare per la salute mentale potesse significare lavorare per un mondo migliore.

Fabio Fareri

Author: Fabio Fareri

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