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I figli degli uomini

REGIA: Alfonso Cuaron

ATTORI: Cliwe Owen, Julianne Moore, Michael Caine, Claire-Hope Ashitey

PAESE: USA, Gran Bretagna 2006

GENERE: fantascienza, thriller

DURATA: 109 Min

Recensione di Giuseppe Preziosi

Il contenitore è uno scenario di ipotetico (prossimo) futuro immerso nella guerra, nel controllo sociale oppressivo con l’alibi della salvezza dell’ultima oasi di civiltà, l’Inghilterra. Il mondo è al collasso, la miseria poco fuori alla porta, la violenza quotidiana; oltre tutto questo l’umanità deve affrontare un inspiegabile infertilità che da 18 anni ha impedito la nascita di bambini in tutto il pianeta.

La narrazione ha qualcosa di biblico; il bambino (il Salvatore) nasce nel 2027 questa volta; in realtà è una bambina colei che dovrà riscattare il genere umano da un peccato che nemmeno ha ben chiaro ma che si è incarnato nell’ infertilità globale. La bimba è attesa, invocata, venerata dalla popolazione prima ancora che sia nata; braccata da un re di Giudea che è l’ istituzione statale intera che non vuole nessun cambiamento se non quello che sia possibile gestire; la bambina sceglie di nascere nel ventre di una giovane ragazza di colore, immigrata, povera e randagia e non particaolarmente virtuosa; il papà chissà. C’è un padre sostitutivo incaricato di proteggere le due, madre e figlia, senza farsi troppe domande, senza chiedere perchè, come atto di fede, come unica possibilità dinanzi all’ avvenuto miracolo; è l’elemento narrativo moderno, l’eroe disulluso, scavato da un lutto e un dolore che non si possono circoscrivere. Il mondo sembra andare peggio che duemila anni fa, certe solite cose umane: guerra, violenza, cultura sottomessa a lusso per pochi, razzismo, campi di concentramento, deportazioni, buona musica, oasi di affetto e sentimenti puri, qualche manciata di speranza, tecnologia di controllo, polizia, uso strumentale della paura. La sceneggiatura prevede sicuramente più azione questa volta, è comunque un prodotto “hollywoodiano”, qualche volto noto, bei visi che poi ti ritrovi nelle gigantografie nelle stazioni a promuovere prodotti di lusso.

Da queste parti si insinua il dubbio sul pensiero che muove tutto il film, sospeso tra il tentativo di “aprire gli occhi”, indignare, smuovere le coscienze e offrire narrazioni di massa che spostino l’attenzione dalla realtà e tutte le sue distorsioni in un futuro ipotetico, distopico. Le similitudini bibliche continuano.

Gabriella Alleruzzo

Author: Gabriella Alleruzzo

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