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Essere o non essere? Il dramma del suicidio

di Claudia Fabris

 

La triste statistica denunciata dal “Sole 24 ore” in questo articolo si accomuna, purtroppo, a tante altre notizie sul tema. Non da ultima la recentissima divulgazione dell’indagine condotta da un gruppo di ricercatori dell’Universita’ di Oxford, pubblicata dal “Journal of MedicalEthics”, in materia di suicidio assistito. Gli studiosi dichiarano un aumento della richiesta di tale pratica e della conseguente migrazione, da molti Stati europei, verso la Svizzera, per porre fine alla propria vita. Sconvolgente notizia, in quanto paiono in aumento i casi di suicidio assistito non indotti dalla presenza di malattie fatali.

Indubbiamente il periodo storico che stiamo affrontando non è dei più facili. La crisi economica che colpisce in nostro Paese è tangibile. Molte persone si trovano in sofferenza ed in forte difficoltà: in un mondo che pone al centro del sistema il consumismo, può nascere un forte sconforto. La disperazione provocata dal non trovare una soluzione economica, la problematicità riscontrata nel far fronte alla metamorfosi che ci travolge, può spingere, alcuni, anziché al cambiamento che ci imporrebbe di affrontare il nuovo livello di complessità, a considerare il gesto estremo.

Ciò che lascia sospettare, di primo acchito, un comportamento impulsivo,volto a dare soluzione definitiva ad un problema economico, lo è solo in apparenza. L’atto del suicidio è frutto di un percorso, di una serie di considerazioni, di pensieri governati ed accompagnati da sensazioni pervasive e gravose.

Ciò che induce a considerare la fine della vita l’unica via per dare risposta ai propri problemi, è uno stato emotivo. L’atto estremo nasconde in sé il desiderio di voler dare termine a sensazioni insopportabili: la disperazione, un dolore emotivo che annienta, una sofferenza mentale intollerabile.

Il senso del dolore è soggettivo: le motivazioni che possono portare oltre il limite della sopportazione sono differenti per ciascuno. Pensiamo, ad esempio, alle notizie di cronaca che ci informano del suicidio di adolescenti come conseguenza di un brutto voto a scuola. Per alcuni questa motivazione potrebbe apparire inconcepibile; eppure ha ispirato il gesto estremo.

Ma cosa spinge ad una soluzione tanto definitiva?

Una ricerca di Alexis M. May and E. David Klonsky, pubblicata nel 2013 dalla rivista ufficiale della American Association of Suicidologyci informa: i tentativi di suicidio che trovano origine nella volontà di chiedere aiuto o nel tentativo di influenzare il comportamento altrui, si associano a una minore motivazione alla morte e spesso si concludono con un tentativo fallimentare.

  1. Shneidman, studioso del fenomeno, indaga su questi accadimenti ponendo attenzione allo stato emozionale edalla sua evoluzione.

L’autore afferma che le fonti principali di dolore psicologico traggono origine da alcune emozioni: vergogna, colpa, rabbia, solitudine, disperazione sono tra le più ricorrenti.

All’origine delle emozioni, di questa natura, si nasconde una frustrazione, il mancato soddisfacimento di un bisogno di importanza vitale per la persona, se non la sua vera e propria negazione; una necessità vissuta con tale enfasi da indurre a perdere la vita, se l’alternativa è l’impossibilità di soddisfare tale necessità.

Il dolore provocato dalla frustrazione di tale esigenza, nel progredire,diviene una condizione insopportabile edil suicidio assurge ad unico rimedio adeguato.

Ivalori personali, le cose nelle quali crediamo fermamente, alcuni bisogni psicologici considerati fondamentali, possono essere eletti a ruolo vitale. Questi aspetti vengono vissuti da alcuni con tale veemenzada non distinguerne più i confini.

Quel valore, quello stile di vita, quella necessità frustrata coincidono a tal punto con la propria personalitàda non saper più distinguere tra se stessi, tra il proprio valore umano intrinseco, e ciò che si vuole intensamente.

Accade allora che il bisogno frustrato di raggiungere un obiettivo, di opporsi ad una situazione, di ottenere o mantenere l’autonomia, di essere compresi, di essere accettati, di non essere soli, di prefigurarsi in salute nel futuro, possano gettare nel più grave sconforto.

Da questo avvilimento si genera un dialogo interiore: si vagliano tutte le possibilità di soluzione a quel problema individuato come causa di tanto dolore.

Nessuna pare risolutiva. Si procede con le valutazioni, ma più si va alla ricerca della soluzione, più le opportunità paiono ridursi.

Dal rimuginio, il ridursi sempre più delle vie percorribili. I pensierifluiscono su cammini sempre più noti. Più si pensa, più il problema si cristallizza.

Con l’avanzare della ricerca di soluzioni possibili,il cerchio si restringe, ci si sente in trappola e le alternative diventano sempre più esigue. Anziché osservare la propria condizione da prospettive più ampie, da visuali differenti, da angolature non previste precedentemente, tutto si chiude e ne deriva una vera e propria sensazione di costrizione psicologica. Ci si sente in trappola.

Durante questo viaggio altalenante di pensieri, tra le ipotesi, si affaccia anche l’idea del suicidio. Dapprima non è presa in considerazione seriamente, è accantonata:alternativa scartata.

Nel proseguire con le valutazioni, anche le scelte paiono depauperarsi di possibilità e a mano a mano, con il restringimento delle soluzioni, diventa sempre più difficile prendere in considerazione ulteriori vie percorribili.

Credendo di aver passato al vaglio ogni possibilità senza esito, la visuale si restringe drasticamente a due opportunità: o si risolve totalmente il problema, ottenendo la soluzione migliore possibile, quasi tramite intervento magico, oppure farla finita.

Poi un solo pensiero prende il sopravvento: si accetta il suicidio come soluzione.

Da quel momento tutto si quieta: ci si occupa della sua pianificazione.

Shneidman ritiene che nel 95% dei soggetti suicidici siano degli elementi comuni che definisce“Commonalities of Suicide”:

  1. Il desiderio di trovare una soluzione ad una situazione insopportabile che genera un dolore psicologico intollerabile.
  2. Il desiderio di fare cessare lo stato di coscienza. Se si abolisce la coscienza, si annulla anche il dolore mentale insopprimibile che vi alberga. Questo rappresenta il momento in cui l’individuo abbandona altre possibilità di soluzione ed inizia ad organizzare l’atto estremo.
  3. La leva che porta al suicidio è il dolore psicologico estremo dal quale si cerca di fuggire. Nella mente del suicida si presenta un binomio: la cessazione della coscienza e l’allontanamento dal dolore psicologico insopportabile. Le affermazioni tipiche e ricorrenti dichi vuole tentare questo gesto sono note: “Sono morto dentro”, “Sentivo un dolore fortissimo dentro”; “Sentivo onde di dolore propagarsi nel mio corpo”. Da ciò si evince che, riducendo il livello di sofferenza, il suicidio non si verifica.
  4. La fonte di stress comune nei suicidi riguarda dei bisogni psicologici insoddisfatti. La contraddizione insita in questo stato mentale è relativa al desiderio di porre fine alla vita per raggiungere l’obiettivo disoddisfare quei bisogni psicologici vitali negati o frustrati.
  5. Lo stato emotivo dei soggetti suicidi è di disperazione-impotenza. Ovvero i suicidi usano esprimersi con termini quali: “Non c’è nulla che io possa fare (tranne al suicidio) e non c’è nessuno che possa aiutarmi (per lenire il dolore che sto soffrendo);
  6. L’ambivalenza è caratteristica comune e presente dello stato cognitivo del suicida. Il concetto di ambivalenza è rappresentato da un altalenare tra il desiderio di vivere e la tentazione di porvi fine.
  7. La costrizione mentale. Il suicida vive in uno stato di costrizione psicologica che coinvolge le emozioni e l’intelletto. La visione degli eventi è drasticamente ridotta, dicotomizzata come se la mente potesse concepire solo due eventualità: risoluzione piacevole e magica del problema, oppure la fine. Questo stato è, però, di natura transitoria. Lo dimostra, afferma l’autore, il fatto che i suicidi scampati al loro tentativo affermano: “Non c’era altro che potessi fare”, “L’unica via di uscita era la morte”, “L’unica cosa che potessi fare era uccidermi”.
  8. La fuga: ciò che i suicidi intendono realizzare è una fuga da qualcosa che provoca angoscia.
  9. Comunicare l’intenzione di suicidarsi. I suicidi non comunicano ostilità, rabbia o depressione, ma esprimono verbalmente,o con il loro comportamento,l’intento suicidario. L’autore rileva, tramite l’indagine di autopsie psicologiche condotte sulle morti equivoche e successivamente codificate come “suicidio”, che venisse comunicato l’intento suicidario più o meno esplicitamente.
  10. Presenza di pensiero dicotomico nell’affrontare le difficoltà della vita. Gli schemi adattivi di un individuo si ripropongono: esaminando i modelli di comportamento adottati nei momenti di difficoltà attraversati lungo l’esistenza, è possibile prevedere se potrà esporsi al suicidio. Indagando sul passato della persona è possibile individuare la tendenza al pensiero dicotomico e l’inclinazione alla fuga dal dolorenei momenti di difficoltà. Per giungere a questa conclusione l’autore indaga sulle separazioni, lutti e perdite sperimentate nel passato considerando questi eventi e le modalità per affrontarli quali fattori predittivi di una potenziale esposizione al rischio suicidario.

Il tema della prevenzione del suicidio è un tema complesso. Chi è in balia di un dolore mentale insopportabile difficilmente è persuaso ad abbandonare il proprio intentoquando altre persone si relazionano con approccio volto alla distrazione dal pensiero che tanto affligge. E’ comprensibile, anche, quanto sia difficile trovare una modalità per dissuadere dal tentativo una persona cara che si trovi in questo stato di disperazione: spesso,a fatica,chi soffre legge informazioni relative alla prevenzione del suicidio ed è difficile apportare una condizione di gioia tale da sostituirsi ad un dolore così intenso. Per tali motivi èutile rivolgersi ad uno specialista della mente in grado di fornire indicazioni sul da farsi, sia che vi ricorra il portatore di pensieri suicidari, ma ancheamici e parenti che non sanno come rapportarsi alla persona travolta da sensazioni ingestibili. Uno specialista è estraneo a dinamiche eventualmente presenti ed in atto: è una voce autorevole neutrale ad ogni questione.

La ricerca della morte è ricerca di allontanamento dalle emozioni. Lo scopo dell’intervento sarà volto a fare diminuire quel senso disperato di dolore pervasivo ed inaffrontabile. Se si avrà successonel lenire il dolore, quell’individuo che voleva morire sceglierá di vivere, ci ricorda Shneidman.

 

 

Brian Vacchini Giampaoli

Author: Brian Vacchini Giampaoli

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